etf o fondi cosa conviene oggi guida per investitori italiani

Gli investitori italiani con grandi patrimoni si trovano spesso di fronte a una scelta strategica cruciale: meglio puntare sugli ETF (Exchange Traded Fund) o sui fondi comuni d’investimento tradizionali? Negli ultimi anni il mondo finanziario ha visto crescere in modo significativo la popolarità degli ETF, disponibili sul mercato italiano dal 2002 e in costante ascesa per masse gestite e volumi di scambio. Questo trend non riguarda solo i piccoli risparmiatori, ma coinvolge sempre di più anche gli investitori facoltosi, attratti dai potenziali vantaggi in termini di costi, flessibilità e performance. In Europa, ad esempio, la quota di mercato dei fondi passivi (in gran parte ETF) ha superato il 25% del patrimonio totale gestito a fine 2023, in crescita rispetto all’anno precedente. Tale spostamento indica che molti grandi investitori stanno riconsiderando le soluzioni d’investimento tradizionali, spinti dalla ricerca di rendimenti migliori e costi più contenuti.

Ma qual è la scelta più conveniente oggi tra ETF e fondi comuni, soprattutto per chi dispone di capitali significativi? Entrambi gli strumenti hanno pro e contro: gli ETF in genere replicano passivamente indici di mercato e promettono costi bassi e trasparenza, mentre i fondi comuni attivi offrono la possibilità (quantomeno teorica) di battere il mercato grazie all’abilità dei gestori. In questa guida approfondita analizzeremo rendimenti storici e recenti, costi totali (dal TER alle commissioni di performance, fino alle spese di ingresso/uscita), vantaggi fiscali nel contesto italiano, liquidità e accessibilità, trasparenza e controllo sul portafoglio, la differenza tra gestione attiva e passiva, e infine alcuni aspetti strategici per la costruzione di portafogli di elevato valore. L’obiettivo è fornire, con linguaggio chiaro ma autorevole, una panoramica completa che aiuti gli investitori facoltosi a decidere con cognizione di causa tra ETF e fondi, tenendo conto delle condizioni attuali fino al 2024.

Rendimenti storici e recenti: il verdetto dei numeri

Quando si parla di performance, i dati storici offrono indicazioni preziose su quale strumento abbia reso di più nel tempo. Numerose analisi, sia in Italia sia a livello internazionale, mostrano un quadro piuttosto netto: su orizzonti prolungati gli ETF a gestione passiva tendono ad avere la meglio sulla media dei fondi attivi comparabili. Un confronto condotto su base decennale (dal 2014 al 2024) evidenzia che un portafoglio di ETF ha ottenuto un rendimento medio annuo composto di circa il 10,8%, contro circa il 9,1% dei fondi comuni attivi. Questa differenza di 1,7 punti percentuali l’anno può sembrare modesta, ma in realtà si traduce in uno scarto enorme sul lungo periodo, a causa dell’interesse composto. Per esempio, 100.000 euro investiti nel 2014 sarebbero diventati circa 279.000 euro utilizzando ETF, rispetto a circa 237.000 euro investendo in fondi attivi nello stesso periodo. In altre parole, l’investitore in fondi attivi avrebbe accumulato oltre 40.000 euro in meno in dieci anni, pur avendo affrontato una volatilità e un rischio di ribasso simili a quelli degli ETF.

Le ragioni di questa differenza di rendimento a favore degli ETF emergono chiaramente anche da studi internazionali. Secondo il Morningstar Active/Passive Barometer, solo circa il 17% dei fondi a gestione attiva in Europa è riuscito a battere le controparti passive su un orizzonte di 10 anni. In alcune categorie chiave, il tasso di successo è persino inferiore: ad esempio, tra i fondi azionari globali large-cap, meno del 6% dei gestori attivi ha sovraperformato il corrispondente indice di mercato nel decennio. Questi numeri suggeriscono che affidarsi a fondi indicizzati a basso costo avrebbe garantito risultati migliori nel 80-90% dei casi sul lungo termine. Non a caso, Warren Buffett – uno degli investitori più illustri – ha più volte sottolineato che la maggior parte degli investitori, inclusi quelli facoltosi, otterrebbe rendimenti maggiori puntando su un semplice fondo indicizzato a basso costo piuttosto che cercando i rarissimi gestori in grado di battere costantemente il mercato. Per usare una sua metafora, è spesso più sensato “comprare l’intero pagliaio invece di cercare il singolo ago”, ovvero investire nell’indice di mercato nel suo complesso anziché inseguire il titolo o il gestore miracoloso di turno.

Anche l’analisi dei rendimenti recenti conferma questa tendenza. Negli ultimi anni i mercati finanziari hanno attraversato fasi complesse – dal crollo legato alla pandemia nel 2020, alla ripresa del 2021, fino alle turbolenze del 2022 con inflazione e rialzo dei tassi. Eppure, gli ETF hanno mostrato una notevole resilienza in termini di popolarità ed efficacia. Nel difficile 2022, caratterizzato da pesanti ribassi sia azionari sia obbligazionari, gli ETF in Europa hanno registrato comunque flussi netti positivi (+78 miliardi di euro), mentre molti fondi attivi subivano riscatti. Nel 2023, anno di forte recupero dei listini azionari, la stragrande maggioranza dei fondi attivi non è comunque riuscita a tenere il passo: il 91% dei fondi azionari attivi globali ha fatto peggio del proprio indice di riferimento, secondo l’ultima Scorecard SPIVA di S&P, segnando un record negativo storico. In Italia, circa il 75% dei fondi attivi nazionali ha sottoperformato il mercato di riferimento nel 2024, a riprova che anche sul nostro mercato locale battere gli indici è un’impresa per pochi (e quasi mai in modo consistente). Al contrario, un investimento passivo ben diversificato avrebbe catturato interamente la crescita del mercato azionario e obbligazionario post-crisi, senza perdere colpi nei rimbalzi.

In sintesi, i numeri mostrano che gli ETF tendono a offrire rendimenti allineati (o superiori) al mercato, mentre molti fondi attivi, al netto dei costi, finiscono per fornire risultati inferiori rispetto ai benchmark di riferimento. Questo non significa che sia impossibile trovare gestori attivi vincenti – alcuni casi esistono, specie su orizzonti brevi – ma individuarli in anticipo è estremamente difficile, e ancor più arduo è mantenere la sovraperformance a lungo termine. Per un investitore con un patrimonio ingente, affidarsi alla statistica e alle evidenze storiche può rivelarsi una scelta saggia: costruire il “core” del portafoglio con strumenti a basso costo e mercato ampio (come gli ETF) permette di catturare la crescita generale, riducendo il rischio di rimanere delusi da performance deludenti di fondi costosi.

Costi totali: TER, commissioni e spese a confronto

Uno degli elementi chiave che distingue ETF e fondi comuni è la struttura dei costi. Per un investitore di alto profilo, attento alla preservazione del capitale, i costi possono erodere significativamente i rendimenti nel lungo periodo, specialmente su portafogli di grande entità. Vediamo dunque come si confrontano TER, commissioni di gestione, commissioni di performance ed eventuali costi di ingresso/uscita tra ETF e fondi, e perché questo aspetto pesa così tanto sulla convenienza dell’uno o dell’altro strumento.

TER e commissioni di gestione annuali

Il TER (Total Expense Ratio) è l’indicatore sintetico dei costi correnti di un fondo o ETF: include le commissioni di gestione annue e altre spese operative (come compensi della società di gestione, depositaria, costi legali, ecc.), ed è espresso in percentuale del patrimonio gestito. In linea generale, gli ETF presentano TER drasticamente più bassi rispetto ai fondi comuni a gestione attiva equivalenti. Questo è dovuto alla natura passiva degli ETF (che replicano un indice senza bisogno di team di analisti o strategie complesse) e al fatto che sono quotati in Borsa, eliminando molti costi di distribuzione tradizionali. Secondo dati di mercato, il costo di gestione di un ETF raramente supera lo 0,5% annuo, mentre quello di un fondo attivo può facilmente superare il 2% annuo. Alcuni ETF su indici molto ampi e liquidi (come S&P 500 o EuroStoxx 50) hanno TER nell’ordine di 0,07%-0,20%, importi quasi irrisori per un portafoglio multimilionario. Al contrario, molti fondi comuni azionari italiani applicano commissioni di gestione dell’1,5-2% all’anno, cui si aggiungono spesso altri oneri.

Studi condotti da organi di vigilanza e società indipendenti confermano che in Italia i costi dei fondi comuni tradizionali restano elevati rispetto ad altri mercati. Un’analisi della Consob ha rilevato che, nel periodo pre-MiFID II, l’incidenza media delle sole commissioni di gestione sui fondi aperti italiani era stabile attorno all’1,4% annuo del patrimonio. Inoltre, la maggior parte di tali commissioni veniva retrocessa alla rete distributiva (banche e consulenti), evidenziando come gli investitori spesso pagassero più la distribuzione che la gestione in sé. Nonostante le pressioni regolamentari degli ultimi anni, l’Italia rimane “fanalino di coda” nelle classifiche internazionali di Morningstar sui costi di investimento, proprio a causa di oneri elevati e pratiche come le retrocessioni agli intermediari. In parole povere, chi investe in fondi attivi nel nostro Paese sopporta in media costi più alti che altrove, il che rappresenta un ostacolo in più da superare per ottenere buoni rendimenti netti.

Commissioni di performance e altri oneri variabili

Oltre al TER, molti fondi comuni attivi (specialmente quelli azionari, flessibili o total return) prevedono commissioni di performance: si tratta di commissioni aggiuntive che il gestore trattiene se il fondo eccede un certo obiettivo di rendimento (ad esempio una percentuale di extra-performance rispetto a un benchmark o un rendimento assoluto prestabilito). Tali commissioni, tipicamente pari al 10-20% della sovraperformance, possono incidere pesantemente sul guadagno dell’investitore negli anni particolarmente favorevoli. Ad esempio, se un fondo guadagna il 15% in un anno e il suo benchmark il 10%, una commissione di performance del 20% sul +5% di extra-rendimento significherà l’1% in meno accreditato all’investitore. In pratica, anche in anni ottimi, il fondo tratterrà una quota dei profitti. Gli ETF invece non applicano commissioni di performance: il loro rendimento è direttamente quello dell’indice replicato meno i costi fissi noti. Ciò conferisce maggiore prevedibilità al costo totale per l’investitore in ETF e assicura che eventuali extra-rendimenti di mercato non vengano intaccati da prelievi ulteriori.

Un grande investitore potrebbe obiettare che, avendo a disposizione capitali ingenti, può accedere a classi commissionali istituzionali o negoziare condizioni migliori sui fondi attivi (per esempio evitando di pagare commissioni di performance particolarmente penalizzanti o ottenendo sconti sulle management fee). È vero che molti fondi riservano classi di quote a costo ridotto per chi investe milioni di euro, riducendo in parte il gap di costo con gli ETF. Tuttavia, anche tenendo conto di queste possibilità, la struttura commissionale degli ETF tende a rimanere più vantaggiosa. L’assenza di costi variabili e l’economia di scala insita nei fondi indicizzati fanno sì che un ETF su larga scala sia difficile da battere in termini di economicità. Inoltre, va considerato che spesso i grandi patrimoni vengono gestiti tramite mandati di gestione o consulenti che applicano a loro volta una fee sul patrimonio; in tali contesti l’uso di strumenti a basso costo come gli ETF contribuisce a contenere il “costo totale di possesso” del portafoglio, evitando la duplicazione di commissioni.

Commissioni di ingresso e uscita, e costi di trading

Un altro aspetto rilevante sono le commissioni di ingresso e di uscita che possono gravare sui fondi comuni tradizionali. Molti fondi, soprattutto quelli distribuiti attraverso reti bancarie in Italia, applicano una commissione all’atto della sottoscrizione (fino al 2-5% del capitale investito in taluni casi) e talvolta una commissione in caso di rimborso delle quote nei primi anni. Questi costi una tantum erano molto diffusi in passato: la Consob ha riportato che la media delle commissioni di ingresso sui fondi italiani era salita attorno all’1,5% a metà degli anni 2010. Oggi molte banche tendono a scontare o azzerare la commissione di ingresso per i clienti più facoltosi, ma non è una garanzia – e comunque, se presenti, tali oneri riducono immediatamente il capitale effettivamente investito. L’investitore che mette 1.000.000 € in un fondo con 2% di ingresso, in pratica inizia con soli 980.000 € investiti e 20.000 € finiti in costi, somma che dovrà recuperare con le performance future. Gli ETF, essendo negoziati in Borsa come un’azione, non prevedono commissioni di sottoscrizione o di rimborso a favore della società emittente. L’acquisto o vendita di un ETF comporta solo i costi di transazione tipici di qualunque titolo: una commissione di trading al proprio broker (spesso proporzionale al volume, e in calo per importi molto elevati) e uno spread denaro-lettera sul mercato. Per gli ETF più liquidi lo spread è contenuto (mediamente 0,1-0,2%), il che li rende molto efficienti anche in fase di ingresso/uscita. In sostanza, con gli ETF il grosso dei costi resta confinato al TER annuale, mentre con i fondi attivi l’investitore potrebbe dover pagare un pedaggio iniziale e lasciare sul tavolo una percentuale dei guadagni eccedenti.

Riassumendo la questione costi: gli ETF presentano costi totali sensibilmente inferiori in virtù di TER più bassi e assenza di commissioni accessorie, mentre i fondi comuni attivi tendono ad essere più onerosi tra commissioni di gestione elevate, eventuali commissioni di performance e possibili spese di ingresso. Per un portafoglio di grande valore, anche differenze apparentemente piccole (es. 1% annuo di costi in più) si traducono in decine o centinaia di migliaia di euro di minor rendimento accumulato nel tempo. Come insegna l’oracolo di Omaha, “i costi sono certi, i rendimenti sono incerti”: minimizzare i primi è una delle poche leve sotto il controllo diretto dell’investitore, ed è particolarmente importante quando in gioco ci sono patrimoni importanti.

Vantaggi fiscali in Italia: cosa considerare tra ETF e fondi

La dimensione fiscale è un elemento spesso trascurato, ma che riveste grande importanza per gli investitori italiani, soprattutto quelli con portafogli cospicui. Un’inefficienza fiscale può intaccare sensibilmente il rendimento netto. Vediamo quali sono le principali regole fiscali applicabili a ETF e fondi comuni in Italia e se vi sono vantaggi o svantaggi specifici legati all’uno o all’altro strumento.

Tassazione delle plusvalenze e dei proventi

In Italia, sia gli ETF armonizzati (quelli conformi alla normativa UCITS) sia i fondi comuni d’investimento sono soggetti a una tassazione sui rendimenti finanziari pressoché analoga. Le plusvalenze maturate e i dividendi/incassi distribuiti sono considerati redditi di capitale e tassati con aliquota 26%, salvo alcune eccezioni. Un’importante eccezione riguarda gli investimenti in titoli di Stato italiani ed equiparati (o in titoli di Stato esteri “white list”, come quelli UE): in tal caso l’aliquota è 12,5%, applicabile ad interessi e capital gain derivanti da quei titoli. Questo beneficio fiscale si riflette anche sugli ETF e fondi obbligazionari governativi: ad esempio, un ETF che investa esclusivamente in BTP e Bund vedrà i suoi proventi tassati al 12,5%; se invece un ETF o fondo ha portafoglio misto (parte azioni, parte bond governativi), la tassazione verrà applicata pro-quota (26% sulla componente azionaria, 12,5% sulla componente titoli di Stato). Da questo punto di vista, non c’è una differenza sostanziale tra un ETF e un fondo con la medesima esposizione, poiché la legge fiscale italiana li tratta in modo analogo come OICR (Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio) armonizzati.

Una considerazione pratica per gli investitori facoltosi riguarda la distinzione tra ETF a distribuzione e ETF ad accumulazione (lo stesso vale per i fondi, laddove esistano classi a distribuzione o accumulo). Un ETF ad accumulazione reinveste automaticamente i dividendi e le cedole nel fondo, senza staccare cedole periodiche; di conseguenza, il carico fiscale viene rimandato al momento della vendita delle quote, quando si realizza l’eventuale plusvalenza. Questo consente di beneficiare della capitalizzazione composta sull’intero ammontare, tasse differite incluse, massimizzando il rendimento a lungo termine. Al contrario, un ETF o fondo a distribuzione paga periodicamente dividendi/interessi agli investitori, i quali subiscono immediatamente la ritenuta del 26% su tali importi ogni volta. Per chi ha un orizzonte di lungo periodo e non necessita di reddito periodico, gli strumenti ad accumulo sono fiscalmente più efficienti perché riducono l’impatto fiscale nel corso dell’investimento e lasciano che il capitale cresca lordo, con un pagamento d’imposta posticipato solo all’uscita. Pertanto, un investitore con grande patrimonio potrebbe preferire ETF/fondi in accumulazione per la parte di portafoglio destinata alla crescita, sfruttando il differimento dell’imposta come una sorta di “credito senza interessi” concesso dal fisco fino al disinvestimento.

Compensazione delle minusvalenze e regime fiscale

Un aspetto tecnico da tener presente è la differenza nel trattamento delle plus/minusvalenze da un punto di vista della compensazione fiscale. Le plusvalenze derivanti da quote di fondi ed ETF armonizzati (quindi la maggior parte di quelli disponibili su Borsa Italiana) sono considerate redditi di capitale, come detto, e l’intermediario applica la ritenuta del 26% senza possibilità di compensare tali profitti con eventuali minusvalenze pregresse su altri strumenti. Viceversa, le minusvalenze derivanti dalla vendita di ETF/fondi sono classificate come redditi diversi: possono quindi essere compensate con plusvalenze realizzate su strumenti della stessa categoria redditi diversi (ad esempio guadagni su azioni, obbligazioni, derivati), ma non possono andare a ridurre i redditi di capitale. In pratica, se un investitore realizza una perdita vendendo quote di un ETF, potrà utilizzarla per compensare guadagni su azioni o obbligazioni entro i 4 anni successivi, ma non potrà scontarla direttamente su eventuali cedole o plusvalenze da fondi (che sono redditi di capitale). Questa asimmetria è intrinseca al sistema fiscale italiano e riguarda allo stesso modo ETF e fondi comuni. È importante pianificare di conseguenza: per i grandi investitori che detengono sia singoli titoli sia fondi, le minusvalenze sui fondi/ETF possono comunque tornare utili per compensare altri realizzi tassabili.

Da notare che molti investitori con grandi patrimoni utilizzano il regime del risparmio amministrato con intermediari italiani (private banker, SIM, banche) che semplifica la gestione fiscale: l’intermediario calcola e trattiene automaticamente le imposte dovute su ciascuna operazione, occupandosi anche della compensazione delle minusvalenze dove possibile. In alternativa, alcuni optano per il regime del risparmio gestito (affidando il patrimonio a una gestione patrimoniale): in tal caso l’imposizione avviene anno per anno sul risultato della gestione nel suo complesso, con il vantaggio che il gestore può compensare pienamente redditi di capitale e redditi diversi all’interno del portafoglio gestito. In un mandato di gestione, però, la scelta di ETF o fondi è interna alla gestione e non cambia il fatto che i costi dei prodotti selezionati si aggiungono alle commissioni di gestione patrimoniale. Dunque anche in ottica fiscale, la preferenza per strumenti efficienti (basso turnover, accumulazione, costi bassi) può migliorare il rendimento netto.

Altre considerazioni fiscali: fondi PIR e imposta di bollo

Per completezza, citiamo due temi che possono interessare gli investitori italiani benestanti. Primo: i PIR (Piani Individuali di Risparmio). Si tratta di particolari contenitori fiscali che offrono esenzione dalla tassazione sui rendimenti se il denaro resta investito almeno 5 anni, a patto di allocare una parte significativa (70%) del portafoglio PIR in strumenti (azioni o fondi) di imprese italiane medio-piccole. Esistono fondi comuni PIR compliant e, più di recente, anche alcuni ETF PIR. Per un investitore di grande patrimonio, i PIR rappresentano un’opportunità limitata (c’è un tetto annuo e complessivo agli investimenti agevolabili), ma comunque interessante per “sterilizzare” il fisco su una porzione di portafoglio orientata all’economia italiana. Secondo: l’imposta di bollo sui prodotti finanziari. Tutti gli strumenti finanziari depositati presso intermediari italiani (conti titoli, fondi, ETF, ecc.) sono soggetti a un’imposta patrimoniale annua pari allo 0,2% del loro valore (esente solo la liquidità su conto corrente). Questa imposta colpisce indifferentemente ETF e fondi, senza alcuna differenza di trattamento. Dunque nella valutazione ETF vs fondi non incide, ma è bene ricordare che anche un portafoglio efficientissimo paga comunque questo costo fiscale annuale sul valore totale.

In definitiva, dal punto di vista fiscale puro non vi sono differenze sostanziali di aliquote tra ETF e fondi comuni: entrambi scontano il 26% sui redditi finanziari (con eccezione per titoli di Stato al 12,5%). Gli elementi discriminanti si riducono a scelte di struttura (accumulazione vs distribuzione), a dettagli sulla compensazione delle perdite e all’eventuale utilizzo di strumenti fiscali particolari. Un investitore oculato, specie con grandi cifre investite, dovrebbe preferire soluzioni che massimizzano la deferral delle imposte (per sfruttare l’interesse composto) e che si inseriscono in una pianificazione efficiente. In tal senso, gli ETF ad accumulazione, globalmente diversificati e a basso costo, sono spesso un tassello ottimale, poiché uniscono efficienza fiscale ed efficienza gestionale.

Liquidità e accessibilità: facilità di entrata, uscita e gestione

La liquidità di un investimento indica quanto facilmente e rapidamente può essere comprato o venduto senza influenzarne il prezzo, mentre l’accessibilità riguarda la facilità con cui un investitore può accedere allo strumento (in termini di procedure, importi minimi, canali di acquisto). Per chi gestisce grandi patrimoni, liquidità e accessibilità non sono dettagli: poter muovere grandi somme in tempi brevi, o ribilanciare il portafoglio con efficienza, può fare la differenza. Su questo fronte, gli ETF presentano caratteristiche diverse dai fondi tradizionali.

Gli ETF sono strumenti quotati in Borsa e come tali possono essere acquistati o venduti in qualsiasi momento durante gli orari di mercato, esattamente come un’azione. Questo significa elevata liquidità intraday: l’investitore può reagire tempestivamente a eventi di mercato, cogliere opportunità o ridurre esposizioni in pochi secondi tramite un ordine di trading. Per ETF molto grandi e scambiati (ad esempio gli ETF sull’S&P 500 o sull’MSCI World), il mercato secondario è estremamente liquido, con spread denaro-lettera sottili e la presenza di market maker che assicurano la costante possibilità di negoziazione vicino al NAV (Net Asset Value) corrente. Inoltre, grazie al meccanismo di creazione/rimborso delle quote ETF, anche qualora un investitore volesse comprare o vendere un controvalore molto elevato, è possibile farlo senza impattare eccessivamente sul prezzo: se la liquidità in Borsa non fosse sufficiente, l’intermediario può richiedere nuove quote all’emittente (o restituirle in caso di vendita massiccia), garantendo così la liquidabilità anche di importi notevoli. Questa caratteristica è fondamentale per i portafogli di grande entità, dove muovere milioni di euro in singoli strumenti potrebbe altrimenti risultare arduo. In più, gli ETF non hanno soglie minime di investimento se non il prezzo di mercato di una singola quota: un investitore può teoricamente iniziare comprando anche solo un’unità dell’ETF (che può valere poche decine di euro), oppure milioni di unità, con la sola differenza dei costi di trading. Ciò li rende estremamente flessibili nell’allocare esattamente il capitale desiderato su un dato mercato.

I fondi comuni aperti tradizionali, invece, non sono quotati in Borsa. L’acquisto o la vendita di quote avviene tramite la società di gestione (o l’intermediario collocatore) e viene liquidato tipicamente una volta al giorno al valore di NAV di fine giornata. In pratica, l’investitore inserisce una richiesta di sottoscrizione o rimborso e scopre il prezzo esatto solo in seguito (fine giornata o giorno successivo, a seconda delle cut-off time del fondo). Ciò implica minore prontezza: non è possibile “bloccare” un prezzo istantaneo durante la giornata di contrattazioni, e in caso di mercati molto volatili il NAV di fine giornata potrebbe differire significativamente dal valore indicativo di quando si è deciso di vendere. Per un investitore con grande patrimonio, questo ritardo potrebbe esporre a rischi indesiderati in fasi di stress di mercato, o semplicemente rappresentare un’inconveniente se si vuole ribilanciare rapidamente. Sul fronte liquidità, i fondi aperti in genere offrono buona liquidità giornaliera (le società di gestione sono obbligate a onorare i rimborsi almeno con cadenza giornaliera per i fondi UCITS), ma il regolamento prevede talvolta gating o sospensioni in casi eccezionali (crisi di mercato, corse ai riscatti). Sono eventi rari, ma da non escludere: diversi fondi hanno applicato sospensioni temporanee dei rimborsi durante la crisi del 2008 o in occasioni di forte illiquidità di mercato. Gli ETF, d’altra parte, essendo negoziati sul mercato secondario, non hanno mai “sospensioni” se non la normale chiusura del mercato o eventi estremi che fermino tutta la Borsa. Finché la Borsa è aperta, l’ETF può essere scambiato.

Quanto all’accessibilità, un investitore italiano benestante in genere ha già conti presso banche o broker che offrono sia fondi sia ETF. Tuttavia, ci sono differenze pratiche: per sottoscrivere un fondo spesso occorre compilare moduli o passare tramite il proprio consulente bancario, e come accennato alcuni fondi prevedono importi minimi di ingresso (es. 5.000€ o 50.000€, talvolta di più per share class istituzionali). Gli ETF eliminano queste barriere: se si ha accesso a una piattaforma di trading o a un consulente abilitato agli acquisti in Borsa, comprare un ETF è semplice quanto acquistare un titolo qualsiasi. Questo ha aperto anche ai piccoli investitori segmenti di mercato una volta riservati ai grandi: ad esempio, oggi chiunque può esporsi all’azionario globale o alle materie prime con poche centinaia di euro via ETF, mentre un fondo tradizionale su mercati emergenti o settoriali poteva non essere accessibile sotto certe soglie. Per un investitore con grande portafoglio, la differenza di accessibilità è meno sentita in termini di importo minimo (dato che dispone già dei capitali richiesti), ma si traduce in maggiore agilità operativa: poter spostare risorse tra ETF diversi con un click, anche più volte al giorno, offre un controllo tattico sul portafoglio che i fondi tradizionali, con i loro tempi tecnici, non consentono.

Un ulteriore punto da menzionare sulla liquidità riguarda il mercato secondario vs primario: i fondi comuni tradizionali non hanno un mercato secondario (le quote non si passano tra investitori, ma sempre tra investitore e società di gestione), mentre gli ETF sì. Questo significa che per uscire da un fondo comune bisogna necessariamente vendere al gestore (che può dover liquidare asset interni se ci sono molti riscatti), mentre vendere un ETF significa trovare un altro acquirente sul mercato disposto a comprare. Nei fatti, per gli ETF ciò avviene in modo fluido grazie agli authorized participant, e toglie dalle spalle dell’investitore il problema della gestione delle vendite forzate: se molti vogliono uscire da un fondo in un momento sfortunato, il fondo può essere costretto a svendere asset (cristallizzando perdite per i rimanenti); con un ETF, chi vuole uscire vende sul mercato e il prezzo semplicemente rifletterà il valore corrente degli asset, senza impatto sugli altri detentori.

In conclusione, gli ETF offrono una liquidità più immediata e una maggiore flessibilità operativa rispetto ai fondi comuni, caratteristiche che per un investitore di elevato profilo significano poter gestire il portafoglio in maniera reattiva e senza vincoli operativi. I fondi comuni restano strumenti liquidi su base giornaliera e sono adeguati per investimenti a lungo termine dove l’urgenza di intervenire è minore; tuttavia, la comodità di accesso e di disinvestimento degli ETF rappresenta un vantaggio non trascurabile nell’era in cui anche chi possiede grandi somme pretende giustamente controllo e rapidità nelle proprie scelte d’investimento.

Trasparenza e controllo sul portafoglio

Un investitore accorto, specialmente se gestisce un grande patrimonio, desidera chiarezza e controllo sui propri investimenti. Ciò significa capire bene dove sono allocati i capitali, quali rischi si stanno correndo e con quali strumenti. In questo campo, ETF e fondi presentano approcci differenti: la trasparenza informativa e la possibilità di intervenire attivamente sul portafoglio sono fattori da valutare.

Trasparenza delle informazioni e delle posizioni

Gli ETF sono tipicamente molto trasparenti riguardo alla composizione del portafoglio e alla strategia seguita. Poiché replicano un indice di mercato ben definito, l’investitore sa esattamente quali titoli (azioni, obbligazioni, etc.) fanno parte di quell’indice e con quali pesi. Gli emittenti di ETF pubblicano giornalmente o con cadenza molto frequente l’elenco completo delle posizioni detenute dal fondo, rendendo possibile in ogni momento sapere su quali titoli, settori e aree geografiche si è esposti. Inoltre, il prezzo dell’ETF è disponibile in tempo reale in Borsa e il NAV ufficiale viene pubblicato quotidianamente, consentendo un monitoraggio costante del valore di portafoglio. In pratica, con un ETF l’investitore vede attraverso lo strumento: essendo un clone dell’indice, non ci sono sorprese sulla natura degli attivi sottostanti. Ad esempio, un ETF MSCI World conterrà effettivamente le 1.500 circa azioni dell’indice mondiale in proporzione alla loro capitalizzazione; un ETF governativo euro conterrà i titoli di Stato dei Paesi euro secondo i criteri noti dell’indice e così via. Questa trasparenza aiuta l’investitore facoltoso (o il suo consulente) a comprendere l’allocazione reale del patrimonio e a evitare sovrapposizioni indesiderate o esposizioni ignote.

I fondi comuni attivi hanno tradizionalmente un livello di trasparenza più basso sulla composizione di dettaglio. Le società di gestione in genere forniscono report periodici (mensili o trimestrali) con la lista delle principali posizioni del fondo, o la suddivisione per asset class, aree e settori, ma non è detto che le informazioni siano complete in tempo reale. Anzi, spesso il portafoglio dettagliato viene comunicato con ritardo. Questo perché i gestori attivi considerano la composizione del fondo come un vantaggio competitivo (il frutto delle loro ricerche) e potrebbero non volerla rivelare continuamente per evitare fenomeni di copia o front-running da parte della concorrenza. Per l’investitore, ciò si traduce in minore visibilità: si sa in generale lo stile del fondo e magari le prime 10 posizioni, ma non l’elenco completo dei titoli in portafoglio aggiornato quotidianamente. Inoltre, un fondo attivo ha la libertà di modificare l’asset allocation in modo dinamico: ad esempio, un fondo bilanciato potrebbe passare dal 50% al 30% di azioni in pochi mesi se il gestore vira su un approccio più difensivo. Tali cambiamenti saranno visibili solo ex post nei report periodici. Di conseguenza, l’investitore nel fondo deve fidarsi del gestore riguardo alle scelte effettuate, accettando un certo grado di opacità operativa nel breve termine.

Va sottolineato che negli ultimi anni la regolamentazione (MIFID II e normative similari) ha spinto per maggiore trasparenza anche nei fondi: i prospetti e i KIID/KID devono evidenziare chiaramente costi e politiche di investimento, e molti gestori offrono aggiornamenti più frequenti. Tuttavia, la natura stessa degli ETF garantisce una trasparenza intrinseca maggiore, poiché replicando un indice pubblico l’investitore è “consapevole ex ante” del profilo rischio/rendimento e della composizione indicativa. Questa caratteristica piace molto agli investitori sofisticati, che possono così pianificare e controllare l’allocazione con precisione. Per esempio, un investitore con un grande patrimonio può decidere di dedicare il 60% ad azioni globali, il 20% a obbligazioni corporate e il 20% a titoli di Stato, costruendo queste esposizioni con ETF; in ogni momento potrà verificare che il portafoglio riflette esattamente tali scelte (fatto salvo le naturali oscillazioni di mercato), perché gli ETF replicano fedelmente i segmenti prescelti. Con un fondo multi-asset attivo, invece, il gestore potrebbe temporaneamente deviare da quell’allocazione target in base alle sue previsioni, e l’investitore potrebbe non esserne immediatamente consapevole.

Controllo e flessibilità nell’asset allocation

Legato al tema della trasparenza è quello del controllo che l’investitore può esercitare sulla composizione del proprio portafoglio. Gli ETF, essendo moduli d’investimento mirati su indici o strategie specifiche, consentono di comporre il portafoglio come mattoncini, assegnando a ciascun ETF un ruolo preciso (azionario USA, azionario emergenti, obbligazionario corporate, oro, ecc.). L’investitore (direttamente o tramite il consulente) mantiene così il pieno controllo dell’asset allocation strategica e tattica: può decidere di sovrapesare un’area geografica, alleggerire una certa classe di attivo, coprire un rischio specifico, semplicemente variando il mix di ETF detenuti. Questa possibilità di customizzazione è particolarmente apprezzata da chi gestisce grandi patrimoni, perché consente di adattare rapidamente il portafoglio alle proprie view di mercato o esigenze di liquidità senza dover “rompere” prodotti complessi. In sostanza, con gli ETF il timone della strategia resta in mano all’investitore, che impone attivamente le scelte di allocazione e utilizza gli ETF come strumenti per realizzarle in modo efficiente.

Con i fondi attivi, il controllo dell’investitore finale è indiretto. Scegliere un fondo significa delegare al gestore le decisioni di investimento all’interno di quel mandato. Certo, l’investitore sceglie quale fondo comprare (es. un fondo azionario Europa, o un bilanciato prudente, ecc.) e può cambiare fondo se non è soddisfatto, ma una volta investito non ha voce in capitolo sulle mosse del gestore. In pratica, l’investitore affida una porzione di patrimonio a un professionista, sperando che questi prenda decisioni oculate. Per un investitore molto facoltoso abituato ad avere controllo sulle proprie imprese o proprietà, questo può talvolta risultare difficile da accettare, a meno di avere piena fiducia nel gestore. È vero che anche con un insieme di ETF un investitore può delegare la gestione a un consulente o gestore patrimoniale che li manovra (adozione di un approccio passivo non implica gestione fai-da-te), ma rimane il fatto che il veicolo ETF è più flessibile da riorientare in corsa. Ad esempio, se un investitore desidera ridurre rapidamente l’esposizione azionaria dal 60% al 30% del portafoglio, gli basterà vendere parte degli ETF azionari; se invece ha investito in fondi attivi azionari globali, potrebbe trovarsi a dover riscattare interamente alcune posizioni o attendere, con possibili costi e tempi.

Un ulteriore elemento di controllo è la prevedibilità: un ETF indicizzato seguirà sempre il mercato di riferimento (meno i costi). Un fondo attivo potrebbe sorprendere: un anno può andare molto meglio del mercato, l’anno dopo molto peggio, a seconda delle scelte del gestore. Questa variabilità rende più complessa la pianificazione finanziaria di un grande patrimonio. Molti investitori altolocati preferiscono avere rendimenti in linea col mercato, evitando brutte sorprese, piuttosto che scommettere su risultati sensibilmente differenti (salvo nel caso di una convinzione forte sul gestore). In altri termini, gli ETF offrono controllo e prevedibilità, i fondi attivi offrono delega e speranza di valore aggiunto. Ciascuno deve valutare quale approccio è più in linea con la propria filosofia e necessità patrimoniali, ma la tendenza recente mostra che sempre più investitori istituzionali e privati benestanti privilegiano la semplicità e la trasparenza dei tracker passivi, soprattutto per la parte centrale (core) dei loro portafogli.

Gestione attiva vs gestione passiva: chi vince e perché

Alla base della differenza tra fondi comuni tradizionali e ETF vi è, come noto, la distinzione concettuale tra gestione attiva e gestione passiva. Vale la pena approfondire questo aspetto, poiché investire in un fondo attivo significa scommettere sulla bravura di un team di gestione nel battere il mercato, mentre investire in un ETF significa accontentarsi (si fa per dire) del rendimento di mercato, cercando di ottenerlo nel modo più efficiente possibile. Per investitori con grandi capitali, spesso affiancati da consulenti e private banker, la tentazione di “fare meglio del mercato” può essere forte. Ma i dati – come già discusso – indicano quanto sia difficile riuscirci con costanza.

L’efficienza dei mercati e la sfida della sovraperformance

I sostenitori della gestione attiva ritengono che i mercati finanziari non siano completamente efficienti, e che quindi un gestore abile possa individuare asset sottovalutati o anticipare trend, generando extra-rendimento. In teoria, su mercati poco presidiati o in periodi di elevata dispersione di performance, un professionista dotato di ottime capacità analitiche potrebbe battere un indice passivo. Tuttavia, la realtà statistica ci mostra che, soprattutto nei mercati sviluppati e liquidi, pochissimi gestori attivi riescono realmente a fare meglio degli indici nel lungo periodo. Abbiamo visto che in Europa il tasso di successo decennale è nell’ordine del 15-20% a seconda delle categorie, e addirittura negli Stati Uniti l’indice S&P 500 ha sovraperformato l’88% dei fondi azionari large-cap su 15 anni. Queste percentuali tengono conto anche di quei gestori che in partenza sembravano vincenti ma poi sono incappati in periodi negativi o hanno chiuso i fondi. Infatti, un ulteriore fenomeno da considerare è il survivorship bias: molti fondi attivi meno fortunati vengono chiusi o fusi nel tempo, sparendo dalle statistiche; ciò significa che la probabilità reale di scegliere ex ante un fondo che resterà in piedi e batterà il mercato per 10-15 anni è ancora più esigua di quanto dicano le già magre percentuali. In altre parole, affidarsi alla gestione attiva equivale a cercare un “ago nel pagliaio”, per riprendere la metafora di John Bogle, il padre degli index fund. Bogle e altri guru (incluso Buffett) sostengono che è molto più efficiente possedere “il pagliaio” intero – cioè il mercato – a costi minimi, piuttosto che provare a trovare l’ago (il fondo o il titolo vincente) col rischio di mancarlo.

Va detto che esistono aree di mercato meno efficienti dove la gestione attiva ha maggiori chance di brillare: ad esempio, segmenti di mercati emergenti, o settori di nicchia, o asset class come le obbligazioni high yield o i mercati privati. In questi ambiti la ricerca e la selezione attiva possono aggiungere valore, e spesso non esistono ETF ben fatti o sufficientemente liquidi. Un investitore con grande patrimonio, in cerca di diversificazione, potrebbe destinare una quota a fondi attivi specializzati (ad esempio un fondo azionario small-cap emergenti, o un fondo credito strutturato) confidando che la gestione attiva qui possa compensare i costi. Tuttavia, per la parte core (grandi mercati azionari e obbligazionari sviluppati) l’evidenza suggerisce che la strategia più efficiente è replicare il mercato con un approccio passivo, incassando i rendimenti medi di mercato che, seppur medie, superano la maggior parte dei tentativi attivi dopo le spese.

Vantaggi della gestione passiva per grandi portafogli

La gestione passiva tramite ETF comporta diversi vantaggi ormai riconosciuti, che spiegano perché anche molti investitori istituzionali (fondi pensione, family office, ecc.) l’abbiano abbracciata. In primo luogo, come già discusso, il vantaggio economico: costi bassissimi. In secondo luogo, la semplicità: un ETF passivo è facile da capire – segue un indice predefinito – e riduce il rischio di errore umano o di strategie troppo complesse. In terzo luogo, la prevedibilità e la coerenza con la strategia: se decido che voglio il 30% in azioni USA large cap, un ETF S&P 500 mi darà esattamente quella cosa, né più né meno; non devo preoccuparmi che un gestore cambi stile o faccia scommesse estemporanee. Per un grande investitore, evitare sorprese è già un mezzo successo. La gestione passiva inoltre elimina il “rischio gestore”: non c’è la possibilità di scegliere il gestore sbagliato, perché non c’è un gestore che prende decisioni discrezionali. Ci si accontenta del mercato: se il mercato sale, l’ETF sale; se scende, l’ETF scende. Paradossalmente, questo approccio umile e privo di pretese finisce per battere la maggior parte dei gestori attivi strapagati, proprio grazie all’assenza di zavorre (costi, errori, previsioni sbagliate).

Buffett ha paragonato spesso gli investimenti a un gioco in cui non serve essere dei geni, ma occorre evitare gli errori grossolani. Ecco, la gestione passiva è un modo per evitare molti errori tipici: non si vendono titoli buoni per panico, non si comprano moda del momento a caro prezzo, non si soffre di overtrading. Si segue semplicemente la rotta generale dell’economia. Nel lungo termine, i mercati finanziari tendono a crescere insieme ai profitti delle imprese e al benessere delle nazioni – partecipare a questa crescita diffusa con costi minimi è un approccio che, storicamente, ha premiato gli investitori pazienti.

Ruolo (residuale) della gestione attiva e approcci combinati

Detto ciò, la gestione attiva non è destinata all’estinzione, né deve essere demonizzata a priori. Alcuni investitori facoltosi potrebbero avere accesso a gestori di talento o a fondi chiusi esclusivi (ad esempio hedge fund, fondi di private equity, etc.) che non sono replicabili con ETF e che puntano a rendimenti assoluti elevati. Inoltre, ci sono fasi di mercato in cui un bravo gestore può proteggere meglio il capitale: ad esempio mantenendo liquidità prima di una crisi, o evitando settori surriscaldati. Nella pratica, una strategia seguita da molti patrimoni elevati è quella del “core-satellite”: costruire il nucleo centrale del portafoglio (core) con investimenti passivi ben diversificati e a basso costo – che assicurano l’andamento di mercato – e affiancare intorno alcune posizioni satellite in fondi attivi o gestori specializzati, per cercare extra-rendimento in aree specifiche o decorrelate. Questo approccio unisce il meglio dei due mondi: da un lato, si ha la certezza di ottenere i risultati del mercato globale con spese contenute; dall’altro, si riserva una quota più limitata del patrimonio a scommesse attive dove si ha convinzione o dove si identificano opportunità particolari. Importante, in tal caso, è scegliere attentamente i “satelliti” attivi e monitorarli, avendo la disciplina di eliminarli se non apportano il valore sperato.

Per la stragrande maggioranza degli investitori, comunque, la lezione degli ultimi decenni è chiara: la gestione passiva batte quella attiva nella gran parte dei casi, soprattutto al netto dei costi. Pertanto, per chi non vuole complicarsi eccessivamente la vita, un portafoglio di ETF ben calibrato sugli obiettivi personali offre una soluzione efficiente, trasparente e in linea con le migliori pratiche finanziarie contemporanee.

Aspetti strategici per portafogli di elevato valore

Un investitore italiano con un portafoglio di dimensioni importanti (svariati milioni di euro o più) deve affrontare sfide e considerazioni aggiuntive rispetto a un investitore medio. Quando si valuta ETF o fondi, cosa conviene” in questo contesto, entrano in gioco considerazioni strategiche sulla costruzione e gestione complessiva del patrimonio. Di seguito, esploriamo alcuni punti chiave: dalla diversificazione globale alla personalizzazione, dall’importanza dei costi in valori assoluti alla collaborazione con consulenti finanziari, sempre con l’occhio rivolto a chi dispone di grandi capitali.

Diversificazione globale e multi-asset

Con patrimoni elevati, la diversificazione non è solo una buona pratica, ma una necessità per proteggere e far crescere la ricchezza nel tempo. Significa investire in più classi di attivo (azioni, obbligazioni, immobiliare, liquidità, materie prime, etc.) e a livello globale, per ridurre la dipendenza da un singolo mercato o rischio specifico. Sia gli ETF che i fondi comuni offrono strumenti per diversificare ampiamente. Tuttavia, gli ETF facilitano l’accesso immediato a indici globali: con pochi ETF si può ottenere esposizione a migliaia di titoli in decine di paesi. Ad esempio, un ETF azionario mondiale (MSCI World o ACWI) copre decine di borse sviluppate; un ETF obbligazionario globale copre centinaia di emittenti governativi e corporate. In ambito fondi attivi, per avere una simile diversificazione si dovrebbe acquistare un mix di fondi (un fondo America, uno Europa, uno emergenti, etc.), con costi multipli e la difficoltà di gestire vari team di gestione contemporaneamente. La semplicità modulare degli ETF favorisce la costruzione di portafogli globali ben diversificati, riducendo il rischio di concentrazione. Un investitore facoltoso spesso possiede già asset locali (immobili, partecipazioni aziendali); l’uso di ETF globali nel portafoglio finanziario consente di equilibrare il patrimonio verso una dimensione più internazionale, mitigando i rischi paese o settore specifici.

Peso dei costi in valore assoluto

Abbiamo già discusso dei costi in termini percentuali, ma per un grande patrimonio conviene ribadire l’impatto in valore assoluto. Un portafoglio da 10 milioni di euro investito in fondi con un costo totale annuo (tra TER e altre spese) del 2% paga 200.000 euro all’anno in commissioni. La stessa somma gestita tramite ETF con costi medi dello 0,3% comporta solo 30.000 euro annui di costi: una differenza di 170.000 euro ogni anno. In un decennio, assumendo capitale costante per semplicità, fanno 1,7 milioni di euro risparmiati – denaro che rimane nell’attivo dell’investitore invece di andare a remunerare società di gestione e distributori. Queste cifre chiariscono perché i costi, spesso presentati in apparenza come decimali innocui, in realtà per i grandi portafogli siano uno dei fattori strategici principali. Ridurre i costi equivale ad assicurarsi una fetta più ampia dei rendimenti lordi generati dal mercato. Al contrario, tollerare costi alti impone al proprio portafoglio un handicap di partenza da cui persino un bravo gestore attivo fatica a recuperare terreno. Un investitore miliardario come Buffett o i fondi sovrani certamente negoziano al massimo i costi e prediligono strumenti efficienti; allo stesso modo, il singolo investitore facoltoso dovrebbe comportarsi come un “buon amministratore” della propria ricchezza, limando le voci di spesa evitabili. Gli ETF nascono con questa filosofia di efficienza e, come abbiamo visto, permettono un abbattimento drastico dei costi di intermediazione finanziaria.

Personalizzazione e obiettivi individuali

Ogni grande patrimonio porta con sé obiettivi specifici: c’è chi punta prevalentemente alla crescita per lasciare un’eredità sostanziosa, chi invece cerca soprattutto di preservare il capitale e generare un flusso cedolare per vivere di rendita, chi ancora ha vincoli di tempo (per esempio, preparare una donazione filantropica fra 5 anni, o liquidare tutto tra 10 anni per vendere un’azienda). La scelta tra ETF e fondi va inserita in questo contesto più ampio. In generale, gli ETF si prestano molto bene a modellare il portafoglio secondo le preferenze dell’investitore: combinandoli opportunamente si può tarare il livello di rischio, la suddivisione geografica, il peso di ogni asset class, adattandoli esattamente al profilo desiderato. Se l’obiettivo è conservativo (proteggere il capitale con modesta crescita), si potrà costruire un mix principalmente obbligazionario con ETF governativi e corporate solidi, aggiungendo magari un tocco di azionario globale per stare al passo con l’inflazione. Se l’obiettivo è massimizzare il valore per i discendenti, si punterà a un portafoglio più aggressivo su azioni globali, magari includendo ETF tematici o settoriali per cavalcare trend di lungo termine, sempre mantenendo bassi i costi per favorire la capitalizzazione.

I fondi attivi, d’altro canto, vengono spesso proposti come soluzioni preconfezionate (ad esempio il fondo bilanciato prudente, il fondo crescita, ecc.). Un investitore di alto profilo potrebbe trovare utili alcune di queste soluzioni, ma rischia di perdere la finezza della personalizzazione. Ad esempio, un fondo bilanciato avrà una struttura standard (es. 30% azioni, 70% obbligazioni globali) che può non coincidere con la visione specifica dell’investitore sui mercati o con la sua situazione fiscale. Certo, nulla vieta di usare più fondi per replicare una certa asset allocation, ma a quel punto si complica la gestione e si duplicano costi. Una gestione diretta tramite ETF (magari coadiuvata da un consulente finanziario che operi in modalità fee-only sugli asset) consente un tailoring molto più granulare: l’investitore può decidere non solo le macro-aree, ma anche dettagli come l’esposizione a cambi (preferendo ETF coperti in euro se vuole eliminare il rischio valutario, o in valuta se vuole diversificare anche in questo), l’inclusione o meno di certi settori etici (ci sono ETF ESG per chi vuole escludere certi titoli controversi), la durata media delle obbligazioni in portafoglio, e così via. In un patrimonio di grandi dimensioni, questa flessibilità strategica è cruciale perché consente di allineare gli investimenti con la pianificazione finanziaria, successoria e fiscale del nucleo familiare.

Collaborazione con consulenti e gestione delle emozioni

Gli investitori facoltosi spesso si avvalgono di consulenti finanziari, wealth manager o private banker. La scelta di ETF vs fondi può anche riflettere il modello di consulenza adottato. In un modello tradizionale basato su retrocessioni, i consulenti delle reti bancarie avevano incentivo a vendere fondi attivi con alte commissioni (da cui ricavavano retrocessioni); oggi la trasparenza MIFID II sta cambiando questa dinamica, ma permane in parte. Nel modello fee-only o a parcella, invece, il consulente è remunerato a forfait o percentuale sul patrimonio e tipicamente preferisce strumenti a basso costo per non gravare il cliente di oneri inutili. Un investitore di alto livello dovrebbe assicurarsi che i propri interessi e quelli del consulente siano allineati: in tal senso, l’utilizzo predominante di ETF e fondi indicizzati nel portafoglio è un buon segnale di un approccio orientato all’efficienza e non alle provvigioni. Naturalmente ci sono consulenti validi che selezionano anche fondi attivi per specifiche ragioni, ma in generale se il portafoglio proposto presenta decine di fondi costosi, potrebbe valere la pena chiedersi se non si stia pagando più del dovuto per risultati incerti.

Infine, un aspetto strategico spesso sottovalutato: la gestione emotiva. Grandi somme comportano grandi responsabilità e talvolta pressioni psicologiche. Sapere di avere un portafoglio semplice, trasparente, dove ogni componente ha una funzione chiara (come avviene con un portafoglio di ETF) può aiutare l’investitore a mantenere la rotta durante le tempeste di mercato. Viceversa, un portafoglio composto da numerosi fondi attivi, ciascuno con performance diverse, magari alcuni in forte perdita e altri in guadagno, può indurre confusione e reazioni impulsive (vendere il fondo che sta andando male senza capire se è per il mercato o per demerito del gestore, ecc.). La chiarezza strategica porta disciplina: e la disciplina, come Buffett insegna, è fondamentale per avere successo negli investimenti a lungo termine.

Conclusioni

ETF o fondi comuni? Per gli investitori italiani con grandi portafogli, la risposta dipende dalle priorità individuali, ma i fattori analizzati in questa guida indicano una chiara tendenza. Gli ETF, con i loro costi contenuti, la trasparenza, la liquidità elevata e l’aderenza ai rendimenti di mercato, offrono un pacchetto di vantaggi difficile da eguagliare per la parte core del portafoglio. Essi consentono di mettere in pratica un principio caro a Warren Buffett: minimizzare i costi e “non scommettere contro il mercato”, bensì parteciparvi interamente. I fondi comuni tradizionali, in particolare quelli a gestione attiva, hanno ancora un ruolo in specifiche nicchie o come scommessa satellite su gestori di talento, ma complessivamente faticano a giustificare i costi più elevati e la minore prevedibilità dei risultati.

Un investitore facoltoso, ben consigliato e con obiettivi chiari, può trarre grande beneficio da un approccio ponderato che integri le due tipologie: ETF per la struttura portante e, se necessario, fondi selezionati per opportunità mirate. In ogni caso, è essenziale mantenere il controllo della rotta: conoscere i propri investimenti, verificare che i costi siano giustificati, e ricordare che a lungo termine ciò che conta è il rendimento netto dopo costi e tasse. Gli ETF si stanno imponendo proprio perché massimizzano questo rendimento netto medio per l’investitore comune e per quello benestante, riducendo al minimo gli attriti.

In definitiva, oggi conviene scegliere con attenzione e privilegiare l’efficienza: il denaro lavora duramente per chi lo investe saggiamente. Un portafoglio da milioni di euro costruito con logica razionale, diversificazione e attenzione ai costi può crescere nel tempo in modo robusto, evitando le trappole di mode passeggere o promesse di facili extra-rendimenti. Come una buona guida per investitori insegna, l’obiettivo non è battere il mercato ogni trimestre, ma raggiungere i propri fini finanziari con il minor rischio e costo possibile. In questo percorso, gli ETF si rivelano alleati preziosi e affidabili, mentre i fondi attivi devono dimostrare caso per caso di meritare un posto in squadra. Le evidenze attuali ci dicono che, per gran parte degli investitori e in gran parte delle situazioni, il vantaggio competitivo sta dalla parte degli ETF.

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Scritto da: Luca Spinelli

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Fondatore di consulente-finanziario.org, Luca Spinelli è un consulente finanziario indipendente di Milano iscritto all'Albo OCF nonché investitore professionale. Specializzato in consulenza indipendente e gestione di portafoglio, promuove un'educazione finanziaria chiara e trasparente per aiutare le persone a prendere decisioni informate. Nel 2025 ha pubblicato un eBook dedicato alla consulenza finanziaria indipendente (ISBN 9791224027447).

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