
In un mondo di grandi incertezze e di continue evoluzioni mondiali, il lavoro del consulente finanziario non può prescindere da una serie di concetti collegati alla finanza comportamentale. E alle connessioni psicologiche tra cliente e mercato. Tante volte capita di dover frenare chi vuole liquidare tutto nei momenti di panico o comprare grandi quantità di azioni quando tutto va bene. Potrebbe essere il caso di SpaceX: c’è grande hype, le aspettative sono elevate, e l’investitore entusiasta è spinto verso l’acquisto.
Un acquisto incondizionato. Ma si conoscono le evoluzioni di quest’azione? Sa a cosa va incontro? La finanza comportamentale è parte del nostro lavoro. Di cosa stiamo parlando esattamente? Perché un consulente finanziario deve ragionare anche sugli aspetti psicologici ed emotivi del suo cliente? Facciamo il punto della situazione con questa guida.
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Cos’è la finanza comportamentale, una definizione
Per comprendere questo argomento è giusto iniziare con una definizione semplice. La finanza comportamentale – che nei paesi anglosassoni diventa behavioral finance – è un’area d’incontro tra la teoria finanziaria classica e la psicologia cognitiva/sociale. Chiaramente senza perdere di vista il focus, ovvero la gestione delle risorse economiche.
In altre parole, stiamo parlando di una materia che cerca di comprendere il modo in cui i processi decisionali nel mondo degli investimenti vengono distorti da bias cognitivi, le famose scorciatoie mentali (euristiche) che il cervello utilizza per semplificare concetti complessi, e stati psicologici che non ti permettono di osservare la giusta condizione di rischio e vantaggio. Obiettivo finale: anticipare e correggere le decisioni di investimento che non seguono la logica della razionalità e dei dati oggettivi.
Perché è importante conoscere questo argomento?
Il consulente finanziario che ha competenze approfondite di finanza comportamentale e conoscenze strutturate nel campo della psicologia cognitiva è un prezioso alleato dell’investitore. Non perché sostituisca lo psicologo – a ognuno la sua professione – ma queste competenze orizzontali permettono al professionista di orientare l’utente verso la giusta percezione del fatto.
Ad esempio, noi sappiamo che esiste l’avversione alla perdita, un bias cognitivo che considera superiore il dolore derivato dalla privazione di ciò che abbiamo rispetto ai benefici di un guadagno. In sintesi, preferiamo non rischiare di perdere piuttosto che ottenere di più perché ci concentriamo sugli esiti negativi e non su quelli virtuosi.
Agli occhi del profano, un’operazione di diversificazione del portafoglio può sembrare troppo rischiosa anche se, in realtà, la condizione è a favore degli esiti positivi. La finanza comportamentale è importante perché ci aiuta a comprendere e a disinnescare questi meccanismi, lavorando su una comunicazione trasparente.
Le sfide da affrontare con la finanza comportamentale
Il punto essenziale che deve affrontare la finanza comportamentale è il comportamento dell’investitore viziato da bias ed euristiche. Quali sono le differenze tra questi elementi? Semplice, l’euristica è una strategia di pensiero che usiamo per risolvere problemi, dare giudizi o prendere decisioni in modo rapido. Riducendo lo sforzo cognitivo ma ignorando la complessità dello scenario. Il bias cognitivo è una vera e propria distorsione del giudizio, un errore di valutazione prevedibile e non casuale rispetto alla realtà oggettiva.
Entrambe queste condizioni portano a uno scenario avverso: un investimento non conveniente e che rischia di ritorcersi contro. Si innesca un meccanismo vizioso: prendiamo delle decisioni viziate da bias ed euristiche, i risultati sono mediocri o peggio ancora pessimi, diamo la colpa al mondo esterno perché non accettiamo l’ipotesi di aver sbagliato.
Quali sono le principali distorsioni nel campo finanziario?
Le distorsioni si dividono in cognitive – con relativi errori di calcolo, logica o memoria – ed emotive. Quindi legate a sentimenti, paure e impulsi. Purtroppo non sono gestibili allo stesso modo: le prime si possono correggere con un buon contributo informativo, le seconde invece sono profondamente radicate nell’individuo. Qualche esempio concreto?
- Avversione alle perdite – Come accennato, per l’essere umano perdere 1.000 euro genera un dolore psicologico molto più intenso rispetto al piacere di guadagnare la stessa cifra. Porta a vendere troppo presto i titoli in guadagno per monetizzare subito il piacere e a tenere troppo a lungo i titoli in forte perdita, sperando assurdamente in un recupero.
- Eccesso di sicurezza – Molti investitori tendono a sopravvalutare le proprie competenze, le proprie conoscenze e la capacità di prevedere il futuro. Questo bias spinge l’utente a fare overtrading (comprare e vendere continuamente, aumentando i costi di commissione) o a concentrare il capitale su pochi titoli convinto di aver trovato l’affare.
- Bias dello Status Quo – La tendenza a non fare nulla e a mantenere la situazione attuale, anche quando cambiare sarebbe oggettivamente vantaggioso o necessario. Questo ti porta a lasciare enormi somme di denaro ferme sul conto corrente a perdere potere d’acquisto contro l’inflazione, semplicemente perché pianificare genera ansia.
- Anchoring Bias – Si verifica quando l’investitore si salda a un’informazione specifica e la usa come unico punto di riferimento per tutte le decisioni successive, ignorando i nuovi dati di mercato. La conversazione già la conosciamo: “Ho comprato questa azione a 50 euro, ora vale 10 ma non la vendo finché non torna a 50”. Non importa se l’azienda è fallita o il mercato è cambiato: la mente resta legata alla cifra iniziale. Mantenere questa presa di posizione può essere controproducente.
Le condizioni potrebbero essere ancora più articolate. La bibliografia è ricca di riferimenti a bias cognitivi ed euristiche che possono influenzare il comportamento umano. Questo è ancora più vero nel momento in cui si affronta l’argomento economico, quando ci sono in gioco i risparmi e le risorse ma anche i desideri di far fruttare i propri averi. In questi casi, la finanza comportamentale e la conoscenza della materia possono essere fondamentale per dare la giusta visione del lavoro da svolgere. Ed è anche utile ricordare che questa materia non nasce dal nulla, Adam Smith ha pubblicato un testo decisivo che descriveva i principi psicologici del comportamento individuale: Teoria dei sentimenti morali.
Qual è il compito del consulente finanziario?
Non di certo quello di prendersi cura di eventuali distorsioni della realtà. Però avere una competenza anche approfondita dei meccanismi in grado di orientare una scelta può essere utile per portare a termine un lavoro fondamentale. Ovvero, aiutare il cliente a prendere una decisione consapevole e strutturata, sempre nel rispetto della comunicazione chiara ma lontana da artifici mentali che in molti casi non aiutano neanche il cliente. Anzi, lo confinano in una condizione di sudditanza finanziaria tirando un freno a mano nei comportamenti virtuosi.
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