sanita territoriale e medici di famiglia uno squilibrio che si allarga
Aggiornato il: 30/05/2026Pubblicato in: AZIONI, METALLI PREZIOSI, ORO, SENZA CATEGORIA

Se c’è una cosa che il tempo insegna, è che i problemi irrisolti tendono a peggiorare. Nella medicina territoriale italiana, la questione della carenza di medici di famiglia rappresenta oggi un nodo cruciale che minaccia l’intera impalcatura del Servizio Sanitario Nazionale. Quando si parla di prossimità, ci si riferisce all’accessibilità concreta alle cure primarie, quelle più vicine al cittadino. Eppure, in molte province italiane, questa vicinanza si è trasformata in lontananza.

La statistica più evidente è quella del rapporto medico-pazienti: a Lodi, ad esempio, c’è un medico di base ogni 1.720 abitanti. A Monza e Brianza il rapporto è simile. Dati che vanno ben oltre il limite ottimale di 1.200 pazienti per medico stabilito dalle normative nazionali. Non si tratta solo di numeri: significa che migliaia di persone si trovano oggi senza una figura di riferimento per la salute ordinaria, obbligate a rivolgersi al pronto soccorso per situazioni che dovrebbero essere gestite sul territorio.

Le province più in difficoltà

Il quadro nazionale è disomogeneo. Le criticità si manifestano soprattutto nelle province del Nord e in alcune zone interne, dove l’offerta sanitaria è più debole e le distanze geografiche aggravano l’isolamento. La raccolta dati di Iqvia, aggiornata con il database OneKey, mostra chiaramente la frattura. La Lombardia, per esempio, pur essendo una regione ad alta densità demografica e con risorse significative, registra alcune delle situazioni più gravi. Lo stesso vale per il Veneto.

Il problema non è confinato ai soli medici di base. Anche tra i pediatri si registrano forti carenze. Asti, Bolzano, Trieste, Isernia e Ragusa sono tra le province con i rapporti più sfavorevoli tra pediatra e popolazione infantile. Ad Asti, ad esempio, si conta un pediatra ogni 1.433 bambini. Questo significa che il tempo da dedicare ai piccoli pazienti è ridotto, con visite frettolose, poca prevenzione e un maggior rischio di trascurare patologie emergenti.

Il paradosso delle eccedenze e delle carenze

Troppe differenze tra le regioni

Il sistema sanitario italiano è frammentato. Ogni regione ha un proprio modello organizzativo, spesso incoerente con quello nazionale. Questo porta a una moltiplicazione dei problemi: dove c’è più bisogno, ci sono meno medici. Le politiche di assunzione, i concorsi, la distribuzione delle risorse e la gestione del personale variano da territorio a territorio, senza una regia centrale capace di riequilibrare le carenze.

In Sicilia, ad esempio, si contano circa 1.200 medici impegnati nella guardia medica, mentre in Lombardia il vuoto lasciato dai pensionamenti viene colmato chiamando in servizio medici specializzandi. È una strategia emergenziale, non una soluzione strutturale. E in medicina, lavorare in emergenza non porta mai buoni risultati a lungo termine.

I limiti della pianificazione

La capacità dello Stato di programmare l’assistenza è debole. Si stabiliscono parametri teorici ottimali, ma spesso non vengono rispettati. Il numero massimo di pazienti per medico può variare tra i 1.500 e i 1.800, ma in alcune realtà si arriva anche a 2.500. In queste condizioni, la qualità del servizio inevitabilmente si deteriora. A Como, per esempio, ci sono casi documentati di medici con oltre 2.500 assistiti.

Si è cercato di tamponare il problema con l’introduzione degli ambulatori medici temporanei. Sono soluzioni ponte, necessarie in alcune situazioni, ma incapaci di garantire continuità, fiducia e personalizzazione dell’assistenza. Quando un paziente cambia frequentemente medico o non ha un riferimento stabile, perde la possibilità di costruire un percorso terapeutico coerente.

Una professione in crisi di vocazione

Il nodo della formazione

Diventare medico di famiglia non è una scorciatoia. Richiede anni di studio, sacrifici, un percorso universitario e un corso triennale di formazione specifica. Nonostante ciò, i posti offerti restano spesso vacanti. In Lombardia, ad esempio, a un concorso con 500 borse disponibili hanno risposto solo 280 candidati. Questo non avviene per caso.

La medicina generale è percepita come una specializzazione meno attraente rispetto ad altre discipline che offrono maggiori opportunità economiche, più flessibilità e un miglior equilibrio tra vita personale e professionale. Lavorare come medico di famiglia oggi vuol dire affrontare un carico burocratico crescente, una responsabilità costante e una pressione sociale spesso sottovalutata.

La competizione con le altre specialità è diventata impari. L’assenza di incentivi economici, la mancanza di percorsi di crescita e l’isolamento professionale hanno portato i giovani medici a preferire settori ospedalieri o specialistici. Per invertire questa tendenza, le borse aggiuntive finanziate tramite il PNRR rappresentano un inizio, ma da sole non bastano.

Il futuro tra pensionamenti e transizione

Il picco di pensionamenti ha già avuto il suo impatto più pesante, ma l’ondata non è ancora terminata. Tra il 2025 e il 2027, si prevede che oltre 7.300 medici di famiglia andranno in pensione. Per fronteggiare questa uscita massiva, l’ultima normativa consente alle Asl di prorogare fino a 73 anni l’età pensionabile per i medici disponibili a restare in servizio. È una scelta di necessità più che una strategia di lungo periodo.

La recente sentenza della Corte Costituzionale ha legittimato questa flessibilità in nome della carenza grave di personale. Tuttavia, estendere l’età lavorativa non è una risposta sostenibile nel tempo. Rischia, anzi, di frenare il ricambio generazionale e di aumentare il divario tra chi entra e chi esce dal sistema.

I pediatri e il rischio inverso

Un eccesso di offerta in prospettiva

Il paradosso dei pediatri merita un capitolo a parte. A livello nazionale non si registrano allarmi. Anzi, nei prossimi anni si prevede l’abilitazione di circa 4.000 nuovi pediatri, con una media di 850 all’anno. Una prospettiva che potrebbe presto ribaltarsi in un eccesso di offerta, con il rischio di medici formati ma senza una collocazione stabile.

Solo 36 province su 107 superano oggi il rapporto critico di 1.000 bambini per pediatra. I problemi si concentrano soprattutto nel Nord-Ovest e nelle aree interne, dove la copertura è più difficile a causa delle distanze e della bassa densità abitativa. Qui un singolo pensionamento può lasciare scoperte intere comunità, mettendo a dura prova la rete pediatrica locale.

Il presidente della Fimp, Antonio D’Avino, ha sottolineato come le difficoltà emergano soprattutto nelle grandi città metropolitane e nei contesti più fragili. Lì, la logica della “prossimità” viene meno. Serve un modello flessibile, ma non improvvisato, capace di unire i vantaggi della digitalizzazione con il radicamento territoriale del pediatra di base.

Un sistema che non legge il territorio

Il vero fallimento non è solo numerico, ma culturale. L’Italia è un Paese di forti differenze regionali, non solo economiche ma anche demografiche e geografiche. Eppure, la programmazione sanitaria spesso ignora queste specificità. I fabbisogni non vengono rilevati in tempo reale, e le risposte arrivano sempre in ritardo, quando ormai il disagio si è trasformato in emergenza.

Il risultato è un Paese a più velocità, dove l’accesso alle cure varia da comune a comune, da quartiere a quartiere. Le famiglie più fragili, quelle che non possono permettersi visite private o viaggi lunghi per raggiungere un medico, sono le prime a pagare. E a lungo andare, queste disuguaglianze minano la coesione sociale e la fiducia nelle istituzioni.

Verso un nuovo paradigma sanitario

L’importanza della fiducia

La medicina territoriale non è fatta solo di numeri. È una questione di relazioni. Di continuità. Di fiducia. Un buon medico di famiglia conosce i suoi pazienti, li segue nel tempo, sa leggere i segnali deboli e intervenire prima che il problema diventi malattia. Quando questa figura manca, il sistema si inceppa. Crescono i costi ospedalieri, aumentano i ricoveri evitabili, si intasa l’emergenza-urgenza.

Se vogliamo costruire un sistema sanitario sostenibile, dobbiamo ricominciare dalla base. Investire nei medici di famiglia e nei pediatri, sì, ma anche nella loro motivazione, nella loro formazione, nella loro qualità di vita professionale. Le risorse economiche servono, ma non bastano. Serve una visione. E soprattutto, serve coerenza.

Una riforma che parta dal basso

Qualsiasi riforma della sanità pubblica dovrà passare attraverso il rafforzamento della medicina territoriale. Questo non significa solo assumere più medici, ma creare le condizioni perché vogliano restare. Serve una gestione più flessibile del personale, un’alleanza reale tra medici e amministratori locali, una governance che ascolti il territorio invece di dettarne i ritmi dall’alto.

Non possiamo aspettarci che i medici di famiglia siano tutto: diagnosti, psicologi, amministratori. Ma possiamo costruire intorno a loro una rete di supporto, una squadra, una comunità sanitaria che li affianchi e li valorizzi. Questa è la medicina del futuro. E come ogni buon investimento, parte dalla pazienza e dalla capacità di guardare lontano.

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Scritto da: Luca Spinelli

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Fondatore di consulente-finanziario.org, Luca Spinelli è un consulente finanziario indipendente di Milano iscritto all'Albo OCF nonché investitore professionale. Specializzato in consulenza indipendente e gestione di portafoglio, promuove un'educazione finanziaria chiara e trasparente per aiutare le persone a prendere decisioni informate. Nel 2025 ha pubblicato un eBook dedicato alla consulenza finanziaria indipendente (ISBN 9791224027447).

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